Sempre più lavoratori in Spagna e in Italia, nel 2026, scelgono di rinunciare alla carriera o perfino di lasciare il posto fisso per difendere tempo libero, salute mentale e vita familiare.
Una tendenza raccontata da El País a Madrid e confermata, per l’Italia, dai dati del rapporto Eudaimon-Censis e da varie indagini internazionali sul lavoro.
A Madrid il caso delle ex Big Four: “Voglio vedere mio figlio sveglio”
La scena, riportata dal quotidiano spagnolo, è di quelle semplici, quasi banali. Due giovani donne in una caffetteria di Chamberí, a Madrid, sedute davanti a un caffè. “Ci siamo licenziate”, dicono insieme. Fino a poco prima lavoravano per una delle Big Four, i quattro colossi mondiali della revisione e della consulenza.
Una delle due ha raccontato di voler studiare psicologia e mettersi in proprio. L’idea di salire di grado in azienda, che fino a pochi anni fa sembrava il traguardo naturale, oggi non la convince più. “Non ne vale la pena”, ha detto. Poi la frase che dice tutto: “Voglio tornare a casa e vedere mio figlio sveglio”.
Dietro quelle parole c’è un ragionamento che si sente sempre più spesso negli uffici europei: più stipendio non vuol dire per forza stare meglio. Anzi. Spesso significa più responsabilità, orari più lunghi, più pressione. E a quel punto il bilancio cambia: i soldi aumentano, il tempo si riduce.
Promozione sì, ma a che prezzo? Più incarichi e meno vita
Lo stesso discorso torna nella testimonianza di Daniel, responsabile vendite in un’azienda edile. Anche per lui la promozione non coincide più con un vero miglioramento della qualità della vita. “Lo stipendio non è più il principale fattore di avanzamento di carriera”, ha spiegato.
Nel suo caso, clienti e colleghi occupavano già buona parte della giornata: pause pranzo saltate, telefonate fuori orario, richieste anche dopo le otto di sera. Fare un passo in più, ha ammesso, avrebbe voluto dire spingere ancora di più su quel ritmo e aggiungere anche la gestione di un team. “Alla fine, non ho una vita. Preferisco restare come sono”.
È un cambio di sguardo netto, ma non nato da un giorno all’altro. Per molti osservatori la pandemia ha accelerato qualcosa che era già nell’aria. Ha spinto tanti dipendenti a rimettere in fila le priorità: meno disponibilità totale, più confini, meno identificazione con il ruolo, più attenzione a quello che resta fuori dall’ufficio.
In Spagna il segnale è chiaro: sei lavoratori su dieci rallentano sulla carriera
A fotografare il fenomeno, in Spagna, c’è anche un sondaggio di InfoJobs citato da El País. Secondo l’indagine, sei dipendenti su dieci over 35 hanno smesso di inseguire con decisione la crescita professionale, perché la considerano troppo pesante sul piano personale.
Il dato colpisce perché riguarda una fascia d’età che, di solito, coincide con gli anni della piena corsa alla stabilità economica e al consolidamento della carriera. Eppure qualcosa si è rotto. Non per una generica stanchezza o per mancanza di ambizione, ma per un calcolo molto concreto: il costo umano di certi avanzamenti viene giudicato troppo alto.
Non c’entrano solo la fatica o il nervosismo. C’entra una nuova idea di equilibrio tra lavoro e vita privata, che ormai pesa nelle scelte di tutti i giorni. Un tempo il sacrificio era quasi scontato. Oggi non più. E viene messo in discussione, pezzo dopo pezzo.
Italia, cambia la scala delle priorità: salute e tranquillità prima dei soldi
La stessa tendenza si vede anche in Italia. L’8° Rapporto Eudaimon-Censis sul welfare aziendale, pubblicato lo scorso anno, segnala un cambio profondo nella scala dei valori legati al benessere. La ricchezza economica è scesa all’ottavo posto tra le priorità fondamentali ed è indicata solo dal 9% del campione.
Davanti a tutto vengono altri aspetti, molto meno legati al denaro. La salute psicofisica è considerata essenziale dal 63% degli intervistati. Poi arrivano la tranquillità, citata dal 42,4%, e l’equilibrio, al 34,4%. Tra i lavoratori dipendenti, l’agiatezza economica è una priorità appena per il 7,5%.
Sono numeri che raccontano un cambiamento culturale, prima ancora che lavorativo. Il lavoro resta centrale, certo. Ma non è più l’unico perno attorno a cui far girare ogni rinuncia. E in questo passaggio conta anche il linguaggio usato dagli stessi lavoratori: benessere, respiro, tempo, lucidità. Parole che fino a poco fa, nei discorsi aziendali, restavano sullo sfondo.
La Generazione Z accelera la svolta
Il fenomeno è ancora più evidente tra i più giovani. Secondo un report ripreso dal Guardian, il 74% della Generazione Z mette al primo posto il work-life balance, cioè l’equilibrio tra vita personale e lavoro, mentre la retribuzione si ferma al 68% delle preferenze.
Non vuol dire che i soldi non contino più. Vuol dire che non bastano da soli. Una busta paga più alta non viene vista automaticamente come un passo avanti, se in cambio porta reperibilità continua, carichi irregolari, giornate che si allungano e fine settimana che si accorciano.
È qui che si vede il cambio di stagione. Le aziende continuano a chiedere disponibilità e flessibilità. Ma una parte sempre più ampia dei dipendenti chiede in cambio tempo riconoscibile, margini chiari, una vita fuori dal lavoro. Non è un no alla carriera in sé, ma un no al prezzo da pagare.








