Economia

Perché Opzione Donna è stata chiusa nel 2026: i conti, le regole e il cambio di equilibrio

Perché Opzione Donna è stata chiusa nel 2026: i conti, le regole e il cambio di equilibrio
Perché Opzione Donna è stata chiusa nel 2026: i conti, le regole e il cambio di equilibrio

Opzione Donna dal 2026 si ferma davvero. E lo stop non è solo una scelta politica che ha lasciato l’amaro in bocca a molte lavoratrici. Dietro la chiusura c’è qualcosa di più profondo: una misura nata come uscita anticipata, pagata in parte da chi la sceglieva con un assegno più leggero, col tempo ha perso proprio quell’equilibrio che agli occhi dello Stato la rendeva sostenibile.

Dalla misura aperta al giro di vite: come Opzione Donna è cambiata dal 2022 al 2026

Per anni Opzione Donna è stata una delle strade più note per lasciare il lavoro prima della pensione ordinaria. Fino al 2022 il meccanismo era più largo: potevano accedervi le lavoratrici dipendenti con 58 anni e le autonome con 59, a patto di aver maturato 35 anni di contributi entro i termini previsti. Poi è arrivata la stretta. Gli interventi successivi del governo hanno ristretto via via la platea e alzato l’età richiesta, fino alla cessazione dal 1° gennaio 2026. Il dato politico è chiaro, ma quello tecnico lo è ancora di più: la misura è stata prima ridotta e poi, di fatto, svuotata, perché non rispondeva più alla logica con cui era stata costruita all’inizio. Quando un’uscita anticipata smette di scaricare una parte importante del costo su chi la usa, per i conti pubblici diventa molto più difficile tenerla in piedi.

I requisiti prima dello stop: età, 35 anni di contributi e platea ridotta a poche categorie

Nell’ultima fase di vita di Opzione Donna, i requisiti erano già molto più rigidi rispetto al passato. Restava fermo il requisito dei 35 anni di contributi, ma l’età era salita fino a 61 anni, con riduzioni per le madri: 60 anni con un figlio, 59 con due o più figli. Ma non bastavano più età e contributi. L’accesso era limitato a poche categorie precise: lavoratrici invalide, caregiver che assistevano familiari in condizioni gravi e dipendenti coinvolte in crisi aziendali con tavoli aperti al ministero o licenziate in quei casi. In sostanza, la misura non era più un’opzione generalizzata per l’anticipo pensionistico femminile, ma un canale residuale riservato a situazioni considerate meritevoli di tutela. Per chi guardava a Opzione Donna come a una possibilità concreta, il segnale era chiaro già da tempo: lo spazio si stringeva anno dopo anno, fino alla decisione finale di chiuderla.

Il ricalcolo contributivo che non bastava più: perché la penalizzazione si è alleggerita nel tempo

Il vero cuore di Opzione Donna è sempre stato il ricalcolo contributivo dell’assegno. Era questa la contropartita per uscire prima dal lavoro: una pensione più bassa, spesso anche di molto, in diversi casi oltre il 20 o il 30 per cento. A pagare di più erano soprattutto le lavoratrici con carriere lunghe e molti anni maturati prima del 1996, perché rinunciavano a una quota di pensione calcolata con criteri più favorevoli. Col passare del tempo, però, il profilo delle possibili beneficiarie è cambiato. Sempre più lavoratrici avevano carriere già in gran parte dentro il sistema contributivo, o comunque meno vantaggi da perdere rispetto alle generazioni precedenti. Il risultato è che la riduzione dell’assegno, pur restando, si è fatta meno pesante. E quando la penalizzazione si alleggerisce, Opzione Donna diventa più conveniente per chi la sceglie, ma perde quella funzione di compensazione che all’inizio giustificava l’anticipo.

Il nodo della sostenibilità: perché per lo Stato l’anticipo è diventato meno conveniente

Il punto, in fondo, è tutto qui. Opzione Donna ha retto finché l’uscita anticipata aveva un costo contenuto per lo Stato, perché una parte importante dell’onere veniva assorbita dall’assegno ridotto delle beneficiarie. Quando questo effetto si attenua, l’anticipo pensionistico pesa di più sui conti pubblici. E in un sistema già sotto pressione, tra invecchiamento della popolazione, carriere discontinue e spesa previdenziale sempre osservata da vicino, misure di questo tipo diventano più difficili da difendere. La chiusura del 2026, quindi, non si spiega soltanto con una scelta del governo Meloni o con la volontà di archiviare uno strumento simbolico. Si spiega soprattutto con un cambio di equilibrio: meno sacrificio economico per chi usciva prima, più costo per la collettività. Ed è su questo terreno, ancora prima che nel dibattito politico, che si giocherà anche il futuro di eventuali strumenti alternativi pensati per accompagnare le lavoratrici verso la pensione.

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