Lavoro

Opzione Donna, quanto costava davvero in assegno: il peso del contributivo caso per caso

Opzione Donna, quanto costava davvero in assegno: il peso del contributivo caso per caso
Opzione Donna, quanto costava davvero in assegno: il peso del contributivo caso per caso

Opzione Donna si fermerà nel 2026 e lascia un bilancio che divide. Per molte lavoratrici è stata una strada utile per uscire prima dal lavoro; per i conti pubblici, invece, una misura via via meno reggibile. Ma il punto non è solo la sua fine. Il nodo vero è quanto costava davvero in assegno a chi la sceglieva e come quel prezzo sia cambiato negli anni. Per molto tempo lo scambio è stato semplice: pensione anticipata in cambio di un ricalcolo meno favorevole. Poi, con il ricambio delle generazioni contributive, quell’equilibrio si è spostato.

Taglio della pensione e anticipo dell’uscita: quando la riduzione superava il 30%

La convenienza di Opzione Donna è sempre dipesa da due elementi da guardare insieme: uscire prima dal lavoro e prendere un assegno più leggero. Fino a pochi anni fa il vantaggio dell’anticipo poteva essere forte, ma il conto da pagare era spesso pesante. In diversi casi il ricalcolo tutto contributivo portava a un taglio oltre il 30%, soprattutto per chi aveva una carriera regolare, stipendi cresciuti nella parte finale del percorso lavorativo e una quota rilevante di contributi nel sistema retributivo o misto. Il beneficio si vedeva subito, perché permetteva di smettere prima. Il prezzo, però, restava per sempre: un assegno più basso mese dopo mese. È questo il cuore della misura: non un regalo, ma un anticipo che veniva pagato in buona parte direttamente dalle lavoratrici.

Le più penalizzate dal passaggio al contributivo: chi aveva almeno 18 anni di versamenti al 1995

A perdere di più erano le lavoratrici che al 31 dicembre 1995 avevano già almeno 18 anni di contributi. Senza Opzione Donna, avrebbero potuto contare su un calcolo più vantaggioso, con una fetta importante della pensione determinata con le regole precedenti alla riforma contributiva. Scegliendo l’uscita anticipata, invece, rinunciavano a quel vantaggio e accettavano che l’intero assegno venisse ricalcolato con il metodo contributivo. Il risultato, nella maggior parte dei casi, era una perdita più marcata rispetto a chi aveva iniziato a lavorare dopo o aveva avuto carriere più discontinue. Non a caso, nelle simulazioni circolate negli anni, i tagli più forti colpivano proprio i profili femminili con lunga anzianità e retribuzioni medio-alte: cioè quelle che, sulla carta, avevano più da rimetterci nel passaggio forzato a un sistema meno generoso.

Dal sistema misto al calcolo interamente contributivo: come cambia l’importo finale

Per capire perché Opzione Donna producesse effetti così diversi da persona a persona bisogna guardare al meccanismo di calcolo. Nel sistema misto, una parte della pensione si basa sulle retribuzioni degli ultimi anni di carriera, di solito più alte. Nel contributivo puro, invece, tutto dipende dai versamenti accumulati nel tempo e dai coefficienti legati all’età di uscita. E qui sta il punto: andare in pensione prima vuol dire avere meno contributi versati e un coefficiente meno favorevole, proprio perché si esce più giovani. La somma di questi due fattori abbassa l’importo finale, anche in modo netto. Per una lavoratrice con una carriera lunga e continua, il divario poteva valere centinaia di euro al mese. Per chi aveva un percorso lavorativo più frammentato, invece, la differenza era spesso meno pesante. Per questo parlare di ricalcolo contributivo senza entrare nel merito rischia di semplificare troppo una scelta che, in realtà, incideva in modo permanente sul reddito da pensione.

Perché negli ultimi anni l’adesione era diventata più conveniente per le lavoratrici e meno per l’INPS

Il paradosso degli ultimi anni nasce dall’evoluzione del lavoro e delle carriere previdenziali. Col tempo sono aumentate le lavoratrici con percorsi già in larga parte dentro il sistema contributivo, o comunque meno esposte alle perdite che avevano colpito le generazioni precedenti. In questi casi aderire a Opzione Donna significava subire un taglio più contenuto rispetto al passato, ma conservare comunque il vantaggio dell’uscita anticipata. Per chi faceva domanda, quindi, la scelta diventava più facile. Per l’INPS e per i conti pubblici, invece, il saldo peggiorava, perché la misura perdeva quella forte quota di autofinanziamento implicita nella riduzione dell’assegno. Anche così si spiega la stretta progressiva arrivata prima della chiusura dal 2026: platea più ristretta, requisiti più duri, accesso limitato a caregiver, invalide e lavoratrici in crisi aziendale. Più che una semplice cancellazione, è il segnale di un sistema pensionistico che prova a frenare le uscite anticipate quando il costo, col passare degli anni, non resta più soprattutto sulle spalle di chi esce ma pesa sempre di più sui conti pubblici. E il tema resta aperto, perché il bisogno di flessibilità in uscita per molte lavoratrici non è sparito.

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