I fondi ci sono, gli strumenti anche. Ma quando si passa dai decreti ai numeri, l’imprenditoria femminile in Italia continua a crescere troppo lentamente per parlare di vero cambio di passo.
La fotografia aggiornata al 2026, ricostruita nella scheda di studio della Camera dei deputati, mostra un sistema di incentivi ormai ampio e articolato, rafforzato anche dalle risorse del PNRR. Il problema è che, nonostante il potenziamento delle misure, il tessuto delle imprese guidate da donne non riesce ancora a decollare davvero.
È questo il punto centrale che emerge osservando insieme fondi stanziati, obiettivi raggiunti e andamento reale del sistema produttivo. Da una parte ci sono strumenti più solidi, governance allargata e credito agevolato. Dall’altra restano una crescita debole, una presenza ancora concentrata in alcuni comparti e un ruolo femminile che, soprattutto nell’innovazione, si vede spesso più tra i soci che nei vertici.
Il PNRR ha rafforzato gli incentivi per l’impresa femminile
Il perno degli interventi resta l’Investimento 1.2 della Missione 5 del PNRR, dedicato alla creazione di imprese femminili, con una dotazione iniziale di 400 milioni di euro. Queste risorse sono diventate negli ultimi anni la principale leva pubblica per sostenere nuove attività a prevalente o totale partecipazione femminile.
La strategia si è progressivamente concentrata sul Fondo Impresa Donna, che nel tempo ha assorbito una quota crescente delle risorse disponibili. In parallelo, i fondi sono stati indirizzati anche verso strumenti già operativi come ON – Oltre Nuove imprese a tasso zero e Smart&Start Italia, con l’obiettivo di accompagnare sia la nascita sia il consolidamento delle imprese.
Il messaggio istituzionale è chiaro: aumentare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e ridurre il divario imprenditoriale. Tuttavia, se si osservano i dati nel medio periodo, il rafforzamento degli strumenti non ha ancora prodotto una svolta evidente.
In dieci anni la crescita è stata minima
I dati del Centro studi Tagliacarne restituiscono un’immagine molto netta. Tra il 2014 e il 2024 le imprese femminili sono aumentate di sole 5.062 unità, arrivando a quota 1.307.116. L’incremento complessivo è pari appena al +0,4% in dieci anni.
Un dato che ridimensiona l’idea di una vera espansione. In pratica, mentre gli incentivi sono stati ampliati, il numero delle imprese guidate da donne è rimasto quasi fermo. La traiettoria, inoltre, non è stata lineare. Fino al 2022 si è registrato un aumento del 2,7%, ma tra il 2022 e il 2024 è arrivata una flessione del 2,21%, molto vicina al calo complessivo del numero totale delle imprese italiane.
Nel 2014 le imprese femminili erano circa il 21,6% del totale, nel 2022 il 22,2%. La quota è salita, ma in modo molto contenuto. Più che una crescita strutturale, il quadro sembra raccontare una lunga fase di tenuta, con pochi segnali di vera accelerazione.
Commercio e agricoltura arretrano, i servizi reggono meglio
Anche la distribuzione settoriale conferma che il mondo dell’impresa femminile sta cambiando, ma non sempre in modo favorevole. Due comparti storicamente molto presenti mostrano una contrazione marcata: il commercio al dettaglio perde il 18,3% rispetto al 2014, mentre le attività agricole legate a coltivazioni e allevamento segnano un calo del 13,3%.
Nel 2024 il commercio al dettaglio conta 237.469 imprese femminili, contro le 290.777 del 2014. L’agricoltura scende a 188.153 unità, dalle oltre 217 mila di dieci anni prima. In parallelo, tengono meglio i servizi, con una crescita dei servizi alla persona, che aumentano del 15,4%, e della ristorazione, in lieve progresso.
Questa trasformazione segnala uno spostamento del baricentro verso attività più legate alla cura, alla relazione e ai servizi diretti. Ma mostra anche come alcune filiere tradizionali stiano perdendo peso nel tempo, complicando ulteriormente il quadro complessivo.
Dove la presenza femminile è forte e dove resta un muro
Osservando la quota femminile all’interno dei singoli settori emergono due estremi molto chiari. Nei servizi alla persona circa il 60% delle imprese è guidato da donne, mentre nell’assistenza sociale non residenziale la quota supera il 56%.
All’opposto, ci sono comparti in cui la presenza femminile resta marginale. Nei lavori di costruzione specializzati, per esempio, la quota si ferma al 4,4%. Qui il problema appare prima ancora culturale e di accesso che strettamente finanziario. Gli incentivi, da soli, non riescono a scalfire barriere storiche che continuano a limitare la presenza femminile in molte attività ad alta intensità tecnica o tradizionalmente maschili.
Ed è proprio questo uno dei temi più delicati: l’imprenditoria femminile non cresce in modo uniforme, ma tende a concentrarsi dove la presenza delle donne era già più consolidata.
Nelle start-up cresce la presenza, ma non ancora la leadership
Il capitolo innovazione conferma una distanza ancora aperta. Secondo i dati Unioncamere e MIMIT relativi al primo trimestre 2025, le start-up innovative a prevalenza femminile rappresentano il 13,84% del totale, pari a 1.684 realtà.
Il dato cambia sensibilmente se si allarga lo sguardo alla presenza societaria. Quasi il 45% delle start-up innovative vede infatti almeno una donna tra i soci. Questo indica che la partecipazione femminile esiste e si sta diffondendo, ma fatica ancora a tradursi in una leadership piena e prevalente.
È un segnale importante, perché mostra che il nodo non è soltanto l’ingresso nell’ecosistema dell’innovazione, ma la possibilità di guidarlo, controllarlo e farne il centro delle proprie scelte imprenditoriali.
Le risorse sono state rimodulate per concentrare il sostegno
Nel corso dell’attuazione del PNRR, il legislatore è intervenuto più volte sulla distribuzione delle risorse. In origine i 400 milioni dell’Investimento 1.2 erano stati ripartiti tra Fondo Impresa Donna, NITO-ON, Smart&Start e azioni di accompagnamento, monitoraggio e comunicazione.
Successivamente, però, l’andamento delle domande e l’utilizzo effettivo dei canali disponibili hanno portato a una redistribuzione. Una parte consistente dei fondi assegnati a Smart&Start è stata trasferita al Fondo Impresa Donna, che è diventato sempre più il contenitore principale delle politiche pubbliche per l’imprenditoria femminile.
Con gli ultimi interventi, il Fondo è arrivato a disporre di 265 milioni di euro di risorse PNRR, a cui si sommano ulteriori fondi nazionali. La logica è stata quella di concentrare il sostegno sullo strumento ritenuto più centrale e più adatto a rispondere alla domanda reale delle imprese.
Gli obiettivi intermedi sono stati raggiunti, ora pesa il target finale
Sul piano formale, alcuni risultati previsti dal PNRR sono già stati centrati. Il traguardo del 2021, legato al decreto istitutivo del Fondo, è stato raggiunto, così come l’obiettivo del 2023 che prevedeva almeno 700 imprese sostenute.
Già a maggio 2023, secondo la relazione del governo sul PNRR, le imprese ammesse risultavano 743. Un dato validato anche a livello europeo. Ma la sfida vera è quella successiva: arrivare entro il 2026 ad almeno 2.400 imprese supportate.
È un obiettivo più ambizioso e anche più rivelatore, perché non misura solo la capacità amministrativa di far partire le misure, ma l’effettivo impatto delle politiche sul sistema produttivo. Ed è proprio su questo passaggio che si giocherà una parte importante del giudizio finale sull’efficacia del piano.
Il Fondo Impresa Donna non finanzia solo investimenti
Il Fondo Impresa Donna, previsto dalla legge di bilancio 2021, non si limita ai contributi economici. Oltre agli aiuti per la nascita di nuove imprese e al sostegno per lo sviluppo di attività già esistenti, include anche azioni di formazione, orientamento e accompagnamento, con attenzione alle competenze STEM e all’economia digitale.
La gestione è affidata a Invitalia, in raccordo con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Sul piano istituzionale agisce anche il Comitato Impresa Donna, che ha il compito di formulare raccomandazioni su norme e interventi amministrativi. La governance del Comitato è stata aggiornata nel 2025 con una composizione più ampia, che coinvolge imprenditrici, università, ricerca, artigianato, associazioni ed esperti.
Resta però un elemento che pesa sul giudizio complessivo: la Relazione annuale alle Camere prevista dalla legge non risulta ancora presentata. Ed è proprio da quel documento che dovrebbe emergere in modo trasparente quanto le misure abbiano inciso davvero sulla crescita delle imprese femminili.
Credito e garanzie restano le leve più concrete
Oltre ai contributi diretti, la leva probabilmente più concreta continua a essere quella del credito agevolato. La misura ON – Oltre Nuove imprese a tasso zero, gestita da Invitalia, prevede mutui a tasso zero fino a dieci anni e, in alcuni casi, un contributo a fondo perduto fino al 20% delle spese ammissibili.
Gli investimenti finanziabili possono arrivare a 1,5 milioni di euro e, per le imprese più mature, fino a 3 milioni. A questo si aggiunge la sezione speciale del Fondo di garanzia per le PMI collegata al Dipartimento per le Pari Opportunità, che facilita l’accesso al credito senza richiedere ulteriori garanzie e con priorità istruttoria.
Per l’innovazione resta attiva anche Smart&Start Italia, ma con una dotazione PNRR ridotta dopo la rimodulazione delle risorse. È un segnale chiaro della scelta politica compiuta negli ultimi anni: puntare meno su strumenti verticali e più su un fondo generalista dedicato all’imprenditoria femminile.
Gli incentivi da soli non bastano a far decollare il sistema
Guardando l’insieme dei dati, la conclusione è piuttosto netta. L’Italia ha costruito negli ultimi anni una rete più ampia di sostegni per le imprese femminili. Ha rafforzato fondi, governance, misure di accompagnamento e strumenti di accesso al credito. Ma questa architettura, da sola, non ha ancora prodotto una crescita robusta.
Le imprese femminili aumentano troppo poco, restano concentrate in alcuni settori e continuano a incontrare ostacoli forti nei comparti dove la presenza delle donne è più debole. Anche nell’innovazione, la partecipazione appare più diffusa della leadership.
Il punto, quindi, non è più soltanto quante risorse siano state stanziate. La vera domanda diventa quanto questi strumenti riescano davvero a cambiare le condizioni di accesso, la cultura imprenditoriale e la capacità delle donne di guidare nuove imprese in segmenti ad alto valore aggiunto.








