L’impatto crescente dell’intelligenza artificiale (AI) nel mondo del lavoro italiano continua a suscitare preoccupazioni, soprattutto per quanto riguarda la possibile scomparsa di alcune categorie professionali.
Gli ultimi dati e analisi, tra cui il report aggiornato del Focus Censis Confcooperative “Intelligenza artificiale e persone: chi servirà chi?”, evidenziano come l’AI stia già modificando profondamente il mercato del lavoro, imponendo una trasformazione che coinvolge milioni di italiani.
Le professioni più vulnerabili all’intelligenza artificiale
Secondo le ricerche più recenti, circa 15 milioni di lavoratori italiani saranno coinvolti in modo diretto dall’AI, con 6 milioni a rischio perdita del proprio impiego e altri 9 milioni chiamati a collaborare con questa tecnologia emergente. Le professioni maggiormente minacciate sono quelle intellettuali e amministrative che possono essere automatizzate grazie alla capacità di calcolo e di elaborazione dati dell’AI. Tra queste figurano contabili, tecnici bancari, statistici, economi e tesorieri.

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Non meno esposte sono le figure di avvocati, magistrati e dirigenti, oltre a professioni più peculiari come gli esperti in calligrafia, inseriti sorprendentemente nella top 10 delle occupazioni a rischio. Anche periti, valutatori di rischio, liquidatori e tecnici della gestione aziendale sia pubblica che privata si trovano sotto pressione dall’automazione.
Non tutte le professioni, tuttavia, saranno sostituite dall’AI. Alcuni ruoli richiederanno una stretta collaborazione con l’intelligenza artificiale, adattandosi al lavoro con essa come un “collega tecnologico”. In questo gruppo rientrano direttori e dirigenti delle aree finanziarie, dell’organizzazione, delle risorse umane, nonché notai, esperti legali in enti pubblici, psicologi clinici e psicoterapeuti, archeologi e specialisti in discipline religiose.
Queste professioni richiedono competenze relazionali, decisionali e interpretative che l’AI, almeno nell’immediato futuro, non può replicare completamente, rendendo indispensabile il lavoro congiunto uomo-macchina.
Un aspetto cruciale che emerge dallo studio riguarda la forte disparità di genere nell’esposizione ai rischi dell’AI. Le donne rappresentano il 54% dei lavoratori più esposti alla sostituzione e il 57% di quelli chiamati a integrare la propria attività con l’intelligenza artificiale. Questa situazione è legata in gran parte alla concentrazione femminile in professioni d’ufficio e amministrative, spesso considerate più facilmente automatizzabili.
Inoltre, le donne incontrano difficoltà particolari nell’accesso ai ruoli tecnologici e scientifici (STEM), a causa di persistenti stereotipi di genere che le dipingono come meno “tecnologiche” rispetto agli uomini. La sociologa Carmen Leccardi sottolinea come l’AI tenda a replicare e amplificare questi bias, influenzando negativamente le opportunità lavorative femminili, soprattutto in ambito decisionale e gerarchico.
Le problematiche emergono anche nel reclutamento: algoritmi basati su dati storici possono favorire candidati maschili, penalizzando automaticamente donne, specie se madri, confermando un modello di discriminazione già esistente.
Contrariamente ad alcune paure diffuse, le professioni di cura, tipicamente femminili e fondamentali di fronte all’invecchiamento demografico, non sembrano a breve termine sostituibili dall’AI o dalla robotica. La tecnologia può supportare alcune attività, come la somministrazione di farmaci o l’automazione di compiti ripetitivi, ma la componente relazionale e umana rimane insostituibile.








